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Fulen

Un passo, poi un altro, poi un altro. Qualcuno una volta le aveva detto che solo quando ci si muove si resta in perfetto equilibrio, così non si era più fermata. Esplorava ogni attimo in cui il suo corpo restava sospeso prima di ritrovare ogni volta le sue radici. 

Sapeva bene che le radici non affondano nella terra ma spuntano verso l’alto. Si diramano e si aggrappano ad ognuno di quei solidi istanti di equilibrio perfetto per fiorire in tante piccole note e creare una musica che risuona come casa.

Suono spaziale 11 – acrilico e penna su carta (50 x 35 cm)
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Oplis

Una nota lunga, persistente, quasi un rumore di fondo, un suono continuo di quelli che si dimenticano perché poi non ci si fa più caso.
E infatti non lo sentiva già più, ma sapeva che qualcosa la stava attirando dolcemente in quella direzione.
Non lo sentiva, ma cominciò a pensare che quello strano magnetismo potesse essere una calamità

“Stai attenta, pensava, stai attenta a quello che desideri, perché forse si realizzerà!”. 

Suono spaziale 10 – acrilico e penna su carta (35 x 50 cm)
novel

Sohte

Ecco, sta succedendo proprio ora. Ora che deve decidere se farlo o no le cresce dentro quel suono. Da qualche parte un frammento stride verso il basso e l’attrito le graffia le pareti da dentro. Poi qualcosa si stacca ed è il rumore dei sassi a rotolare là sotto.
Uno sguardo nel vuoto, che fare? La rete è talmente sottile che non se ne vede la trama. Lo sa che spesso ciò che salva è un filo invisibile. Ma è quello che la trattiene in alto o quello che la raccoglierà sul fondo? 

Il nodo si scioglie, il suono si svolge, l’istante si compie a metà del suo tuffo.

Suono spaziale 9 – acrilico e penna su carta (70 x 50 cm)
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Nauuno

Era lì, quello che fino a poco prima era ancora attaccato al suo corpo, lo vedeva adesso a terra. Viveva quegli istanti sospesa perché non sapeva come avrebbe fatto quando da lì a poco sarebbe svanito per sempre. Ma non subito: il distacco risuona per un po’ attraverso le cellule prima di dissolversi nel silenzio. Vibrava sotto la pelle, scorreva come linfa fresca verso il punto dov’era la ferita.

Infine sentì il battito, uno solo, lo aspettava. Nessun dolore mentre qualcosa di nuovo cresceva.

Suono spaziale 2 – acrilico e penna su carta (50 x 35 cm)
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Plùsie

Sono sole e sono tre. Quando sono assieme un po’ si mancano e un po’ si completano. Quando sono assieme il fiume delle parole comincia a scorrere, il brusio cresce come un’onda, la marea diventa un rombo e si infrange in un accordo potente. Poi di colpo il silenzio rivela che quello non era pianto, ma incontenibile risata.
I visi distorti in smorfie non temono più nulla, tutto il coraggio è lì, nell’essere piccole e grandi assieme.

Suono spaziale 7 - acrilico e penna su carta (50 x 35) cm)
Suono spaziale 7 – acrilico e penna su carta (50×35 cm)
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Elienne

Era nata così e non poteva fare altro che unire i punti.
Le era capitato di pensare che tutti i collegamenti che sapeva creare tra le cose invisibili avrebbero dato vita prima o poi a un meraviglioso disegno finale. A volte pensava anche che questo disegno sarebbe stato il ritratto del sé più profondo, splendente di luce e beltà.

Ma un giorno nel farsi ponte sentì quel suono, una singola nota cristallina e capì. Vide che non c’era disegno, nessun ego, nessuna vanità. Tutto scomparve perché lei era il percorso, il viaggio di cui tutti vedevano l’immensa bellezza.

Suono spaziale 8 - acrilico e penna su carta (35 x 50 cm)
Suono spaziale 8 – acrilico e penna su carta (35 x 50 cm)
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Efrel

È una e sono tante, ballano assieme e hanno tutto già dentro, ballando qui ed ora liberano il tempo.
È prima ed è dopo, è sopra ed è sotto, è dentro ed è fuori, non giudica mai. Osserva, accoglie ed attende quel suono.
Il corpo disegna arabeschi sospesi. Solleva la mano e qualcosa si libra, apre il petto e l’aria vibra, piega il capo e il silenzio si muove. 

Infine l’eco risuona e diventa più forte. Sale da altrove, cresce da allora, si espande, si espande ed esplode leggera. È il fruscio che fa il corpo che si sovviene aver riso, il sussurro delle membra al ricordo della risata che si sta aprendo ora.

Suono spaziale 1 – acrilico e penna su carta (50 x 40 cm)
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Konna

Avrebbe voluto riaddormentarsi per udire ancora quel suono. Perché solo allora sentiva chiaro lo schiocco fluido e ovattato che le sussurrava « tu sai volare ».
La vedeva, allora, la coda del drago. Un guizzo verde e rosso scivolava via mostrandole la strada. 
Al risveglio però ogni volta scordava quali fossero le mosse per farla spuntare. « Sotto la pelle -si diceva- devi ancora scavare ».

Suono spaziale 5 – acrilico e penna su carta (35 x 50 cm)
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Idìa

Aveva sempre pensato che le idee fossero preziose, per questo quando arrivavano le metteva tutte nel retrobottega: prima o poi sarebbero venute buone. Alcune diventavano cose, altre parole, altre ancora volavano via da sole ed era bene così. Tante però restavano lì a ingombrare tutto lo spazio che c’era. Era un problema, perché le sembrava impossibile di riuscire a separarsene. Finché un giorno successe.
Un rumore d’aria che vibra sottile, la prima idea non realizzata a cadere, il suono soave del lasciar andare.
Non si udì alcun tonfo, nessuno sa se raggiunse il suolo.

Suono spaziale 4 – acrilico e penna su carta (50 x 35 cm)
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Suoni Spaziali

Inizia oggi una rubrica che è allo stesso tempo un progetto.

Le opere della serie Alfabeto prendono forma nell’atto creativo di Tiziana Lutteri come altrettanti suoni. Suoni che sono originati in quello spazio mediale in cui risiede la parte di noi con la quale abbiamo perso il contatto e che non riusciamo quindi più a pronunciare.

Ora, non solo questi suoni trovano il modo di vibrare diventando udibili, ma si dilatano fino a diventare brevi racconti. Scritti con la collaborazione di Antonella Fava, ecco il primo della serie, destinata a diventare un libro illustrato.

Suono spaziale 6 – acrilico e penna su carta (50 x 70 cm)

Iris

Si era svegliata di colpo in quel tempo che non ha nome, in quelle ore in cui non è ancora mattino, ma la notte si è già stancata di essere tale. Nessuno le vuole chiamare quelle ore, perché sono il regno del non detto e dell’indicibile, dei sogni che non si vogliono ricordare e di quelli che restano sospesi in una bolla di sapone.
Forse stava sognando proprio l’iride che si accende nel velo trasparente che separa il dentro dal fuori, quando lo sentì.
Era il suono del momento in cui scoppia la bolla e non c’è più ritorno. Il suono di quando si capisce che è ora di  tornare a casa e il respiro si fa più reale.